Le grandi città, come la mia, ti fanno pensare. Sono tutte diverse, ma in fondo sono tutte uguali.
E' bello quando tutto, intorno a te, diventa come sei dentro, in quel momento. E' come se tutti fossero d'accordo, la pioggia che scende, il cielo grigio che si spegne nel nero, il fumo dai tombini, mentre auto e persone corrono e si incrociano, veloci e continue, e spariscono dietro quell'angolo, oltre quella strada. C'è tanta confusione, è vero, ma in realtà nessuno si parla davvero. E' tutto vuoto quanto rapido. Freddo quanto stupido.
Sorrido amaro e arreso. Ma ora consapevole. Il Noir è molto più scuro e cupo di quanto pensassi, si trattava solo di vederlo. Viverlo.
Aspetto la metro nel ventre consumato di Roma. Probabilmente non c'è niente di diverso dalle altre sere, o almeno niente oltre me.
La gente si trascina stanca, mentre c'è chi ride, chi scherza. Chi legge il giornale della mattina prima ad ormai tarda sera, su una panchina. Chi guarda nel vuoto e pensa, magari già a domani, o a chi l'aspetta, o forse già a chi non l'aspetterà più.
C'è una cosa, che li rende tutti uguali, questi apparenti diversi. Una cosa che rigidamente li uniforma, li divide dal resto. Un cartello lo dice chiaramente, ed è ripetuto un po' ovunque. Loro lo sanno più o meno inconsciamente da quando ci sono entrati per la prima volta, in questa metro: "Non superare la linea gialla", così campeggia la scritta, a chiare lettere. E' ovvio, la banchina non è tutto il loro mondo, tutti sanno che c'è altro, appena oltre, probabilmente, ma sono tutti persi, magari vinti, nelle loro cose, in invisibili vite.
E' un accordo tacito. Gli è perdonato tutto, ma non devono superare quella linea.
"Severamente vietato", sottolinea sempre il cartello.
Qualche settimana fa, per esempio, doveva essere un egiziano credo, ecco, lui ha superato quella linea non protetta. E' un problema quando questo accade. Direi quasi un fastidio per la moltitudine di eterei. La metro è stata ferma almeno un'ora: purtroppo non è immediato staccare un corpo incastrato, un corpo di un egiziano qualsiasi, un viso senza nome, dilaniato tra la banchina e la metro, senza vita, qualsiasi cosa significhi vita per un niente.
La città non può fermarsi. Non ammette scuse, non ammette sbagli. C'era chi imprecava mentre la metro restava ferma, e quello che rimaneva sotto, dell'egiziano, veniva a fatica rimosso, cancellato.
E pensare che quell'egiziano era su tutti i quotidiani il giorno dopo. Insieme ai disservizi della metro, la sua responsabilità: aver trasgredito. Ho solo questo ricordo di lui. Chissà quanti egiziani o meno decidono di trapassare, di attraversare, ciò che non devono, che non è concesso. Essere eroe per un giorno e smettere di esistere.
Questo egiziano era solo scivolato poi, o almeno così dicono, per prendere un qualcosa a un qualcuno. E una volta caduto, oltre la linea, non era riuscito a risalire in tempo, mentre la metro già arrivava.
No, non sto male. E' qualcosa di diverso. Di più intenso. Forse (lo definirei) Malessere, si.
E' una cosa che resta lì, ferma, a pulsare, a grondare dolore caldo, tanto copioso da farmi perdere lo sguardo e i pensieri nel mare notturno, senza alcuna luna.
Nè scrivo solo per non coltivarla o lasciarla incistare in me stesso, per non lasciarmi inghiottire, affogare: ti storce le viscere, ti raggela l'anima o quella cosa a cui abbiamo dato questo nome, che si specchia bianca nell'acqua salata.
Lo so perfettamente, che non c'è niente di interessante in tutto questo, e queste righe come le prossime sono noia per te, per voi. Valgono come la vita di quello sconosciuto come lo sono io, ora, per te. E se mi conosci, probabilmente varranno ancora meno. Non serve nemmeno che lo dica io, alla persone non piacciono i soggetti tristi e non amano in generale intristirsi. Il malinconico del gruppo, il silenzioso, finiscono in disparte tacciati di asocialità, nel loro grigiore si spengono da soli, mentre il gruppo li emargina, li esclude, li finisce di zittire. Le fiamme leggere sono le prime che vanno spente, soffocate, perché troppo mestamente intense. Un'altra impermeabile verità di questo mondo. Di loro non resta niente, neanche la cera, nemmeno il ricordo. Si sa solo che sono tantissime, forse tante quante le stelle. Forse pensarci è solo un modo per non finire di morire prima. Un'altra ennesima illusione, come l'idea di una Luce, in fondo alla galleria di una metro.
Hai ragione, se lo stai pensando. Questo è solo un altro disperato. Quello che non ce la fa, che aveva degli obiettivi, dei sogni, che è rimasto indietro a farsi chiamare fallito da chi, invece, ce l'ha fatta. Oggi mi chiedo in cosa, ce l'ha fatta.
Cose che si aggiungono al vissuto di tutti, senza importanza, senza un senso. Cose che non cambiano le vostre esistenze, e nemmeno la mia.
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Oggi mi hanno censurato di nuovo. In questi anni mi è capitato talmente tante volte, qui su Internet, che non ricordo più cosa voglia dire quel (senza) senso di frustrazione, di impotenza. Prima il mio sito, poi il primo blog. Quest'anno è stata poi la volta di Flickr, lo stesso è accaduto in Second Life, e stasera Facebook. Si, mi hanno chiuso il mio account personale. Le motivazioni sono sempre assenti, nessuno ti dice cosa hai fatto, se mai hai fatto qualcosa soprattutto.
"Insindacabile giudizio", così recitano le policy.
Probabilmente sono semplicemente sbagliato io, si trattava solo di fare autocritica e capire quali fossero i miei limiti, evidentemente deve trattarsi di questo.
Ma non è permesso pensare. E' concesso farlo esclusivamente fino a un certo limite e dentro quel limite sei apparentemente "libero". Ma sai perfettamente cosa non devi fare, il cartello parla chiaro.
"Non superare la linea gialla". Già.
Chissà cosa si pensa, quando si è oltre la linea gialla, mentre la metro è lì, pronta, ad arrivare.
Credo che lì, per un attimo, si abbiano tutte le risposte; almeno alle domande che contano.
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Prima pensavo di conoscere almeno il significato di solitudine.
Ma si è veramente soli, solo quando non si può dire ciò che si pensa, che si sente.
Se non puoi dire ciò che pensi, semplicemente non esisti.
L'ho capito stasera. E la censura stavolta non c'entra.
Quando l'ho chiamata e Lei non c'era più a rispondermi, io già non esistevo più.
Spero che leggerai queste parole. Sono tue comunque, tutte.
Un bacio.
by Jacopo Paoletti
