martedì 29 dicembre 2009

Amore.


Umberto Bindi - Il mio mondo (cantata da Morgan)

"L’amore è paziente, è benevolo; l’amore non invidia; l’amore non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s’inasprisce, non addebita il male, non gode dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa.” (1 Corinzi 13:4-7)

Ti stringo a dirti ti amo con le braccia, con le mani, con gli occhi. Senza parole.
Buona fortuna piccola mia.
Per la Tua Vita. Che valga almeno per due.
Per tutto ciò che non siamo stati, per tutto quello che potevamo essere. Per noi.
Vivi tutto, ogni cosa, almeno Tu, per Te. Un bacio.

by Jacopo Paoletti.

lunedì 28 dicembre 2009

In assenza di noi.


In assenza di noi - Lea de Cristofaro

In assenza di noi.

E' tutta la notte che penso a cosa avrei scritto, una volta qui. Mi violentavo in mancanza di un foglio, di uno schermo, per vomitare parole, per non rischiare di vederle morire in pensieri, tra le tante cose mai dette.

Sono le 6 di mattina. Non conto più le ore insonni, conto le ore che restano. E' una prospettiva nuova, fatta di abisso.

Le strade di notte sono una strana compagna. C'è un silenzio fatto di gente che dorme e di lavori che nessuno vuole fare. Cerco a piedi e in macchina, qualcosa che non esiste.

Cerco lei in una città che non è la sua, cerco me tra le cose che ho perso, tra le parole che vorrei scrivere. Negli angoli vissuti insieme. Mentre mi soffoco nel fumo, e inconsapevole cerco di accorciare le mie ore, stretto tra il giaccone e i miei polmoni pesanti.

Ti cerco dietro a un telefono, come in queste righe che non leggerai, in tutte le mie frasi che non ascolterai, mentre macero nelle mie colpe.

Mi sento patetico già da solo, nei miei vittimismi e sproloqui, fai bene a risparmiarteli. Non accetto più nemmeno da me certe torture, quindi non ti biasimo, se continuo a scrivere è solo per non dimenticarmi che esisto, in quest'unico respiro fatto di lettere.

Ora come da giorni, mi girano in testa solo i tuoi pensieri stretti, fatti di verità, che annientano il resto:
"Ho la mia vita. Ora sto bene."

Penso a quando provo a chiamarti, a quando ormai mi rispondi quasi per cortesia; e le nostre telefonate che diventano sempre più brevi, mentre tutto, tra la distanza e il quotidiano, uccide noi, e diventa giustamente più importante, perché reale e vero.

Penso a quando mi dici che mi vuoi bene dietro la tua stanca cornetta, e provi a riempire queste parole con i tuoi ricordi, per renderle sincere e attuali, per farmi sopravvivere; per non farmi soffrire.

Io lo sento. Sento tutto questo. E sono felice che sia tu; perché avresti il potere di finire di schiacciarmi, ma non lo fai, e in quell'istante il mio viso prende l'espressione più strana del mondo. Resto a metà come la luna tra il bianco e il nero.

Sorrido in una goccia salata, e penso che dopo questa nostra telefonata spezzata, la tua vita si riempirà finalmente di cose normali, che si possono toccare, che si possono provare. Non come me.

Sono proprio queste cose che ti convinceranno a mollare, a desistere da quello che siamo, insieme. Sarà dimenticare noi, ed è umano, perché non c'è altro modo per sopravvivere. E spero che grazie a queste cose che tu possa essere veramente felice, come so che meriti.

Una sera di queste uscirai, e tra i tuoi amici, o tra qualche nuovo sconosciuto, ci sarà uno sguardo nuovo, di chi saprà guardarti in quel modo diverso che già io e te conosciamo. Ma stavolta ci sarà anche ciò che io non sono stato in grado di essere, di darti.

Qualcuno che guarderà le tue foto, le tue parole, almeno come le ho guardate io. Che ti capirà perdendosi nel bagno scuro dei tuoi occhioni, avendo tutte le risposte. Che saprà macchiarsi di te, quando tu sarai disposta a sporcarti del suo seme.

Perché c'è e ci sarà sempre, qualcuno, che potrà guardarti in quel modo diverso da tutti e renderti felice. So di non essere l'unico a vedere quanto di unico c'è in te, nonostante quanto io vorrei essere davvero l'unico, per te.

E io affogherò in questo. E non sentirai altro che il silenzio di chi annega. Perché tu viva tutto questo in pace. Perché tu viva. Perché tu viva felice.

Non sto lottando, e allento la presa su me, su te, ogni giorno, quando sento ad ogni istante, che è un istante in meno di noi, e che potrebbe essere l'ultimo, mentre tutto di me mi chiede solo di stringerti, perché non voglio perderti. E per ogni istante che sento mi convinco che è giusta solo l'unica cosa che fa star bene la persona che ami. Che anche senza di te, le faccia sentire quanto la ami.

Perché io ci ho pensato tanto, ma alla fine ho capito.
Sento solo adesso l'equilibrio perfetto della tua vita di ora, e lo devo capire, accettare, se tu hai deciso che questa non debba prevedere più me...

Ho capito che se ami tanto qualcuno, non puoi pretendere il suo amore. Devi rinunciare a pensare a ciò che vuoi, che desideri. Devi capire che può essere giusto rinunciare a te.

Se ami, intendo se ami davvero, non c'è niente di più importante che la vita dell'altro. E solo quando davvero senti logorarti l'essere per questo tanto da non avere più nessun valore, allora capisci quanto sia vero, giusto, inevitabile, e quanto queste non siano solo parole.

Ma è già troppo tardi.

Perché la vita, prima o poi, ti porta il conto da pagare. E questo evidentemente, è il mio.

Io vorrei solo che ci fosse un modo, per non soffrire così adesso. Un modo per morire prima. Ma allo stesso tempo apprezzo, ora e sempre più, tutte le tue parole, anche quando sento che diventano sempre meno, quelle che dedichi a me.

E mi aggrappo ad ognuna di esse, come lacrime sul viso, mentre sussurro in gola le mie due parole soffocate, urlate, sempre le stesse, nel buio della mia stanza come di fronte allo Specchio del mare, di noi: ti amo.

by Jacopo Paoletti.

mercoledì 23 dicembre 2009

Il Sigillo.


Il Sigillo.

Oggi stavo per prendere un treno. Non il mio solito treno. Un treno diverso, di quelli che possono cambiare tutto, o confermarti che in realtà non cambia mai niente.

Quanto sono lunghi questi binari. Quanto sono freddi e impietosi. Quanto è reale la distanza quando hai bisogno di spiegare, di abbracciare. Non puoi combattere con chi vince l'orizzonte, che taglia di netto la linea tra terra e cielo.

E io avevo bisogno di piangere, senza parlare. Tra il tuo collo e la spalla bianca. Lacrime calde che sciolgono la neve vergine, come quella sporca di noi. Non sarei nemmeno riuscito a entrare oltre la soglia senza stringerti, quando anche se non ti vedo, rannicchiata su di me, lo so che stringi gli occhi anche tu, con quella stretta di un piccolo koala. Vibri tra le mie braccia e non c'è nient'altro che desideri. Ti sento e sento allora che questa vita ha un senso. Sei tutto.

Quei singhiozzi che un Uomo non fa mai vedere, che nasconde nel bagno di casa sua, o quando è solo, per strada, e a fargli compagnia c'è solo il gelo, dentro come fuori, indistinguibile, e una sigaretta sempre troppo breve per sfogarsi abbastanza; tutto strangola la paura di non esistere più, e stringe lo stomaco, appena sotto lo sterno, quando senti che non puoi afferrarla, che sfugge, come i sogni finiti sul più bello.

Quando non riesci a dormire restano svegli anche loro, come incubi. Impalpabili, ti fanno credere che possano esistere, che sia possibile. Ma sono sogni, Jacopo, solo sogni. E tu resti solo qui, con i pugni stretti, tra la rabbia e la speranza, nel tuo letto. Immobile con gli occhi al soffitto, nell'attesa di qualcosa che non arriverà.

Stanotte ho creduto di non farcela. Ho pensato a tanti anni fa, quando stavo per mollare. Esiste il fondo, io lo so. E' l'acqua salata alla fine degli occhi, quando fatica a uscire; tra la gente, tra le cose di tutti i giorni, quando devi nascondere. Per quanto potrò soffocarmi. Non pensavo che sarebbe stato questo, a uccidermi.

E tutto come un cubo di vetro, in solitudine. Dove puoi urlare all'inizio, ma fuori da te resta solo una smorfia sorda. Sbattere sulle pareti trasparenti fingendo di non vederle. Fino a che non saranno di un rosso umano, macchiate di me ovunque, e con loro sarò una sola cosa. Ciò che noi non possiamo (riusciamo... vogliamo...) essere.

Schiaccio me stesso contro tutto, per sentire dolore nuovo. Ma non ha importanza. Ho sentito che sarebbe successo qualcosa, stanotte, ed è stato, lo so. Ma non con me. E non importa piccola, non importa. Ti accarezzerei il viso ora. Vicino a te capisco cosa vuol dire mettersi da parte, per qualcosa che non sia se stessi. Sarà come scontare tutte le cose che pensi abbia commesso, anche se non servirà, lo so.

Quanto vorrei che mi credessi.

Il tuo telefono squilla libero. Non so neanche quante volte ho provato a chiamarti solo oggi. E' la mia nuova tortura, almeno fino a stasera. Poi qualcosa si è anestetizzato. Come dopo il dolore del taglio, il sangue caldo ti fa chiudere gli occhi è sembra quasi di addormentarsi. Vorrei morire per questo, pur di non sentirlo. Saperti felice, ovunque e con chiunque. Sarebbe tutto, per me. Tutto. Stringere gli occhi mentre abbraccio l'ultima lacrima, e sorrido, si... Pensando sia tu.

Ti scorderai di me, e magari riderai di tutto questo. Ora lo capisco di più, e tu non hai colpe. Perché questo è un pianto solo mio. Io vorrei che a te restasse solo di Vivere.


Avere e Avrai tutto ciò che desideri; quando mi avrai cancellato. Io ci sto provando, credimi. Ma fa male, piccola. Fa tanto male. E finirò per distruggermi.

Com'è amara la nostra vita: ti inganna il gusto all'inizio, con la sua dolciastra arsura, mentre già adesso mi soffoca come cicuta, tra i miei ridicoli singhiozzi.

Siamo io e il silenzio ora, da giorni. Interrotto. Infinito. Resti come una stretta al polso, sempre, che non mi lascia.

Stringi i tuoi occhi, mentre chiudo i miei.
Non dimenticarti di me, se puoi. Ti amo.

Buonanotte puzzona.

by Jacopo Paoletti

"Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l'amore,
tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe son vampe di fuoco,
una fiamma del Signore!"
Cantico de' Cantici 8,6.

martedì 22 dicembre 2009

"Non superare la linea gialla".

"Non superare la linea gialla".

Le grandi città, come la mia, ti fanno pensare. Sono tutte diverse, ma in fondo sono tutte uguali.

E' bello quando tutto, intorno a te, diventa come sei dentro, in quel momento. E' come se tutti fossero d'accordo, la pioggia che scende, il cielo grigio che si spegne nel nero, il fumo dai tombini, mentre auto e persone corrono e si incrociano, veloci e continue, e spariscono dietro quell'angolo, oltre quella strada. C'è tanta confusione, è vero, ma in realtà nessuno si parla davvero. E' tutto vuoto quanto rapido. Freddo quanto stupido.

Sorrido amaro e arreso. Ma ora consapevole. Il Noir è molto più scuro e cupo di quanto pensassi, si trattava solo di vederlo. Viverlo.

Aspetto la metro nel ventre consumato di Roma. Probabilmente non c'è niente di diverso dalle altre sere, o almeno niente oltre me.

La gente si trascina stanca, mentre c'è chi ride, chi scherza. Chi legge il giornale della mattina prima ad ormai tarda sera, su una panchina. Chi guarda nel vuoto e pensa, magari già a domani, o a chi l'aspetta, o forse già a chi non l'aspetterà più.

C'è una cosa, che li rende tutti uguali, questi apparenti diversi. Una cosa che rigidamente li uniforma, li divide dal resto. Un cartello lo dice chiaramente, ed è ripetuto un po' ovunque. Loro lo sanno più o meno inconsciamente da quando ci sono entrati per la prima volta, in questa metro: "Non superare la linea gialla", così campeggia la scritta, a chiare lettere. E' ovvio, la banchina non è tutto il loro mondo, tutti sanno che c'è altro, appena oltre, probabilmente, ma sono tutti persi, magari vinti, nelle loro cose, in invisibili vite.

E' un accordo tacito. Gli è perdonato tutto, ma non devono superare quella linea.

"Severamente vietato", sottolinea sempre il cartello.

Qualche settimana fa, per esempio, doveva essere un egiziano credo, ecco, lui ha superato quella linea non protetta. E' un problema quando questo accade. Direi quasi un fastidio per la moltitudine di eterei. La metro è stata ferma almeno un'ora: purtroppo non è immediato staccare un corpo incastrato, un corpo di un egiziano qualsiasi, un viso senza nome, dilaniato tra la banchina e la metro, senza vita, qualsiasi cosa significhi vita per un niente.

La città non può fermarsi. Non ammette scuse, non ammette sbagli. C'era chi imprecava mentre la metro restava ferma, e quello che rimaneva sotto, dell'egiziano, veniva a fatica rimosso, cancellato.

E pensare che quell'egiziano era su tutti i quotidiani il giorno dopo. Insieme ai disservizi della metro, la sua responsabilità: aver trasgredito. Ho solo questo ricordo di lui. Chissà quanti egiziani o meno decidono di trapassare, di attraversare, ciò che non devono, che non è concesso. Essere eroe per un giorno e smettere di esistere.

Questo egiziano era solo scivolato poi, o almeno così dicono, per prendere un qualcosa a un qualcuno. E una volta caduto, oltre la linea, non era riuscito a risalire in tempo, mentre la metro già arrivava.

No, non sto male. E' qualcosa di diverso. Di più intenso. Forse (lo definirei) Malessere, si.
E' una cosa che resta lì, ferma, a pulsare, a grondare dolore caldo, tanto copioso da farmi perdere lo sguardo e i pensieri nel mare notturno, senza alcuna luna.

Nè scrivo solo per non coltivarla o lasciarla incistare in me stesso, per non lasciarmi inghiottire, affogare: ti storce le viscere, ti raggela l'anima o quella cosa a cui abbiamo dato questo nome, che si specchia bianca nell'acqua salata.

Lo so perfettamente, che non c'è niente di interessante in tutto questo, e queste righe come le prossime sono noia per te, per voi. Valgono come la vita di quello sconosciuto come lo sono io, ora, per te. E se mi conosci, probabilmente varranno ancora meno. Non serve nemmeno che lo dica io, alla persone non piacciono i soggetti tristi e non amano in generale intristirsi. Il malinconico del gruppo, il silenzioso, finiscono in disparte tacciati di asocialità, nel loro grigiore si spengono da soli, mentre il gruppo li emargina, li esclude, li finisce di zittire. Le fiamme leggere sono le prime che vanno spente, soffocate, perché troppo mestamente intense. Un'altra impermeabile verità di questo mondo. Di loro non resta niente, neanche la cera, nemmeno il ricordo. Si sa solo che sono tantissime, forse tante quante le stelle. Forse pensarci è solo un modo per non finire di morire prima. Un'altra ennesima illusione, come l'idea di una Luce, in fondo alla galleria di una metro.

Hai ragione, se lo stai pensando. Questo è solo un altro disperato. Quello che non ce la fa, che aveva degli obiettivi, dei sogni, che è rimasto indietro a farsi chiamare fallito da chi, invece, ce l'ha fatta. Oggi mi chiedo in cosa, ce l'ha fatta.

Cose che si aggiungono al vissuto di tutti, senza importanza, senza un senso. Cose che non cambiano le vostre esistenze, e nemmeno la mia.

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Oggi mi hanno censurato di nuovo. In questi anni mi è capitato talmente tante volte, qui su Internet, che non ricordo più cosa voglia dire quel (senza) senso di frustrazione, di impotenza. Prima il mio sito, poi il primo blog. Quest'anno è stata poi la volta di Flickr, lo stesso è accaduto in Second Life, e stasera Facebook. Si, mi hanno chiuso il mio account personale. Le motivazioni sono sempre assenti, nessuno ti dice cosa hai fatto, se mai hai fatto qualcosa soprattutto.

"Insindacabile giudizio", così recitano le policy.

Probabilmente sono semplicemente sbagliato io, si trattava solo di fare autocritica e capire quali fossero i miei limiti, evidentemente deve trattarsi di questo.

Ma non è permesso pensare. E' concesso farlo esclusivamente fino a un certo limite e dentro quel limite sei apparentemente "libero". Ma sai perfettamente cosa non devi fare, il cartello parla chiaro.

"Non superare la linea gialla". Già.

Chissà cosa si pensa, quando si è oltre la linea gialla, mentre la metro è lì, pronta, ad arrivare.

Credo che lì, per un attimo, si abbiano tutte le risposte; almeno alle domande che contano.

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Prima pensavo di conoscere almeno il significato di solitudine.
Ma si è veramente soli, solo quando non si può dire ciò che si pensa, che si sente.

Se non puoi dire ciò che pensi, semplicemente non esisti.

L'ho capito stasera. E la censura stavolta non c'entra.

Quando l'ho chiamata e Lei non c'era più a rispondermi, io già non esistevo più.
Spero che leggerai queste parole. Sono tue comunque, tutte.
Un bacio.

by Jacopo Paoletti

lunedì 21 dicembre 2009

Anteprima Sei.li: Manuela Lilitha.

Questo è un esperimento letterario. Non so se alla fine potrà dirsi riuscito, diciamo che ci sto ancora lavorando, sia nella forma che nei contenuti. Per ora si potrebbe definire una sorta di modello di "Letteratura 2.0", ma non voglio osare troppo nei termini e nelle definizioni, almeno in un primo momento.

Quello che leggerete è comunque un numero zero, una prova, quindi tutti i consigli sono ben accetti, ovviamente.

Intanto leggete quello che segue, è un primo tentativo. Tutto il testo è scritto di getto, come se i dialoghi avenissero in una conversazione tendenzialmente reale; non ho quindi badato molto a particolari correzioni nella forma, nel testo o nella punteggiatura. La scrittura avviene direttamente tra due o più persone, utilizzando una semplicissima chat testuale; il testo viene quindi redatto come una sceneggiatura a più mani, trascritta però direttamente in tempo reale, in gran parte in forma di copione. Gli autori non sanno in principio nè cosa faranno/diranno, nè dove andranno a finire/parare, si parte semplicemente da un canovaccio iniziale, senza però sapere come si svilupperà l'intreccio; il tutto è quindi basato principalmente sull'improvvisazione (durante la scrittura), cercando sempre di mantenere un'ambientazione realistica in base al modello teatrale.

Che dire, intanto buona lettura.


Session Start: Mon Feb 05 01:23:26 2007
Session Ident: Manuela Lilitha

[Jacopo Dionis] signorina... dico a lei...
[Manuela Lilitha] e dunque?
[Jacopo Dionis] prego, si accomodi pure...
* Jacopo Dionis ti indica l'elegante ma scomodo sgabello davanti alla sua scrivania...
[Jacopo Dionis] può sedersi li.

[Manuela Lilitha] mi tolgo la giacca, prendo un giornale che hai abbandonato sulla scrivania,lo metto a terra e mi siedo li,con le spalle al muro,le gambe stese,
mi metto comoda
[Manuela Lilitha] grazie
* Jacopo Dionis ti guarda perplesso...
[Jacopo Dionis] cosa sta facendo?
preferisco il pavimento allo sgabello, semplice
[Jacopo Dionis] ma io non le ho chiesto cosa preferisce, quindi le consiglio di sedersi immediatamente sullo sgabello, soprattutto se vuole evitare un altra
lettera di richiamo.
[Manuela Lilitha] non capisco perchè la sua autorità deve necessariamente passare dal mio stare scomoda
[Manuela Lilitha] può spiegarmelo?
[Jacopo Dionis] io non devo spiegarle nulla... quando la chiamo deve venire nel mio ufficio, e se le dico di sedersi li, deve farlo.
[Manuela Lilitha] faccio il mio lavoro, lo faccio adeguatamente, le porto rispetto, me ne porti.
[Jacopo Dionis] sedendosi a terra, di certo non mi sta portando rispetto...
[Jacopo Dionis] non intendo comunque perdere altro tempo con lei... le ho detto di sedersi.
[Manuela Lilitha] le porto rispetto perchè il pavimento non è una mancanza di rispetto, le sto sempre di fronte, il suo sgabello mi fa male alla schiena
[Jacopo Dionis] sarò più chiaro con lei: o si siede dove le ho detto, o può dire addio al suo posto di lavoro.
[Jacopo Dionis] sono stanco di questa discussione sterile.
[Manuela Lilitha] infatti, potremmo arrivare al punto, perchè mi ha convocato?
[Jacopo Dionis] fuori.
[Manuela Lilitha] può darmi una mano ad alzarmi?
[Jacopo Dionis] o si siede o può uscire anche subito.
[Manuela Lilitha] ha letto il mio curriculum, sa che non mi spaventa cambiare lavoro, e sa anche che ho la fierezza di un gattopardo, mi ha assunto per questo
[Manuela Lilitha] non ricorda?
[Jacopo Dionis] come lei sa che mi basta fare le giuste telefonate per non farla più lavorare da nessuna parte.
[Jacopo Dionis] comunque sono già stato sufficientemente chiaro.
[Manuela Lilitha] verrò a battere sotto casa sua, nel caso non trovi lavoro causa sua
[Jacopo Dionis] è quello che le accadrà...
[Manuela Lilitha] come puttana avrei più dignità di quanta lei vuole togliermene
[Jacopo Dionis] già si veste come tale, non avrà alcuna difficoltà.
[Manuela Lilitha] trova i miei pantaloni di taglio classico, scuri così audaci?
[Manuela Lilitha] ho anche le scarpe basse, quelle che detesta
[Jacopo Dionis] infatti non li ha mai portati. è vero che il nostro decoro aziendale non prevede pantaloni per le donne...
[Jacopo Dionis] è vero anche che non l'avrei mai presa se fosse stata davvero come ha detto..
[Jacopo Dionis] ma questo non cambia quello che le ho già detto. se ha intenzione di rimanere li a terra, è meglio che lo vada a fare da qualche altra parte:
non c'è posto per lei in questo ufficio.
[Manuela Lilitha] non mi sono mai nascosta, sa bene che non indietreggio di fronte a me stessa, in quanto all'abbigliare
[Manuela Lilitha] è il solito modo
[Manuela Lilitha] forse era distratto
[Manuela Lilitha] da altre figure
[Jacopo Dionis] esca dal mio ufficio.
[Manuela Lilitha] le porgo la mano, può aiutarmi ad alzarmi?
[Jacopo Dionis] si ritenga licenziata.
[Manuela Lilitha] rimane il fatto che ho problemi al ginocchio sinistro, sa... la caduta, può aiutarmi ad alzarmi?
* Manuela Lilitha le sorrido
* Jacopo Dionis si volta e torna alla sua scrivania...
[Manuela Lilitha] ah bene, se non mi aiuta mi sarà difficile alzarmi e quindi uscire dal suo ufficio
* Jacopo Dionis chiama la sicurezza...
[Jacopo Dionis] come vuole lei.
[Manuela Lilitha] va bene, mi aiuteranno loro
[Jacopo Dionis] "si ingegnere..."
[Manuela Lilitha] è un aiuto meccanico, fosse lei una stampella sarebbe lo stesso
[Jacopo Dionis] portatela fuori...
[Jacopo Dionis] "ok"
[Manuela Lilitha] grazie ,si
[Jacopo Dionis] (le due guardie ti sollevano di peso e ti portano fuori dall'edificio)
[Manuela Lilitha] non credo, non opporrò alcuna resistenza
[Manuela Lilitha] poi le conosco, mi sorridono ed io sorrido loro
[Manuela Lilitha] mi aiutano ad alzarmi, mentre scherzo con loro
[Manuela Lilitha] mi avvicino alla scrivania prima di andare via
[Manuela Lilitha] e le porgo la mano
[Manuela Lilitha] salutandola
[Manuela Lilitha] tra ingegneri solitamente si usa così
* Jacopo Dionis ti guardo severo e non ricambio, restando in silenzio...
[Jacopo Dionis] portatela via.
[Jacopo Dionis] "ok"
[Manuela Lilitha] poca eleganza, ancor meno dignità
[Jacopo Dionis] (passano alcuni giorni... in ufficio non ti sei più presentata... comunque non ti avrebbero fatto entrare...)
[Manuela Lilitha] cammino accanto alla sicurezza
[Manuela Lilitha] che tra l'altro mi conosce in amicizia
[Manuela Lilitha] e ti faccio
[Manuela Lilitha] ciao ciao
[Manuela Lilitha] con la manina
[Manuela Lilitha] .

* Jacopo Dionis ha fatto in modo che davvero non trovassi più lavoro...

[Jacopo Dionis] (è passata più di una settimana ormai dal tuo licenziamento... stacco dal lavoro... e rientro verso casa con la mia auto...)
[Jacopo Dionis] (sembrerebbe una serata come tutte le altre...)
[Jacopo Dionis] ...
[Manuela Lilitha] la finestra della tua camera da letto, e quelle del bagno
[Manuela Lilitha] danno sul vicolo alberato
[Manuela Lilitha] mi vedi, sbirciando distrattamente dalla finestra
[Manuela Lilitha] ho l'abbigliamento che ho sempre rifiutato di indossare a lavoro
[Manuela Lilitha] tacchi alti, una gonna al ginocchio
[Manuela Lilitha] mi accorgo che mi guardi
[Manuela Lilitha] ti sei fermato
[Manuela Lilitha] mi sbottono un pò la camicia
[Manuela Lilitha] ti guardo negli occhi,nonostante il buio e la distanza
[Manuela Lilitha] prendo il rossetto e me lo passo sulle labbra
[Manuela Lilitha] guardandoti
[Manuela Lilitha] ecco, si ferma la prima macchina
[Manuela Lilitha] rimani li a guardarmi

[Jacopo Dionis] ...

[Manuela Lilitha] l'uomo della macchina ha la barba, capisce che non sono una puttana, io non lo guardo, guardo solo la barba
[Manuela Lilitha] lui non capisce bene cosa accade, chi sono, cosa sto facendo
[Manuela Lilitha] non dico nulla
[Manuela Lilitha] dal finestrino mi avvicino al suo viso
[Manuela Lilitha] e lascio colare un filo di saliva sui pantaloni, sulla cerniera
[Manuela Lilitha] gli faccio cenno di uscire dalla macchina
[Manuela Lilitha] parcheggia e scende
[Manuela Lilitha] io non mi sposto da li
[Manuela Lilitha] tu mi guardi
[Manuela Lilitha] io guardo te

[Jacopo Dionis] ...

[Manuela Lilitha] è tardi e fa freddo, non c'è gente in giro, è un martedì qualsiasi
[Manuela Lilitha] l'uomo si avvicina, attende qualcosa
[Manuela Lilitha] non osa toccarmi, nemmeno lui sa bene perchè
[Manuela Lilitha] la gonna è morbida, lascio che scenda di lato un pò
[Manuela Lilitha] che scopra il fianco destro
[Manuela Lilitha] glielo offro
[Manuela Lilitha] la sua mano è calda, ho un sussulto mentre ti guardo
[Manuela Lilitha] si piega a mordermelo
[Manuela Lilitha] lo stringe

[Jacopo Dionis] ...

[Manuela Lilitha] io ti guardo
[Manuela Lilitha] ti guardo e mi passo le dita unite sulla lingua, mi sporco di rossetto e allungo il braccio nel vuoto, offrendolo a te adesso
[Manuela Lilitha] la mia saliva
[Manuela Lilitha] subito dopo mi sollevo la gonna e do all'altro l'altro fianco, le cosce, il culo e tutto quello che vorrà prendersi in quel momento
[Manuela Lilitha] mi guardi

[Jacopo Dionis] ...

[Manuela Lilitha] io continuo a guardarti, lacrimo
[Manuela Lilitha] ti guardo finchè l'altro non pretende di fottermi davvero
[Manuela Lilitha] mi volta verso il muro
[Manuela Lilitha] così che possa poggiarci su le mani
[Manuela Lilitha] mentre si appoggia ai miei fianchi, dietro
[Manuela Lilitha] io vorrei guardarti, me lo impedisce
[Manuela Lilitha] mi agito per voltarmi
[Manuela Lilitha] me lo impedisce
[Manuela Lilitha] ho paura, lacrimo, mi mordo le labbra, so che mi guardi
[Manuela Lilitha] però...
[Manuela Lilitha] il mio corpo esiste per quello sguardo, il resto è annullato, assente, deviato
[Manuela Lilitha] ... altrove...

[Jacopo Dionis] (senti dei rumori alle tue spalle... eppoi come il rumore sordo di un pugno)
[Jacopo Dionis] ...
[Manuela Lilitha] non riesco a muovermi,sono come pietrificata
* Jacopo Dionis è dietro di te... mentre l'uomo con la barba ora è a terra...
[Jacopo Dionis] (probabilmente non ti rendi conto di nulla...)

[Manuela Lilitha] sono ancora li, con le mani al muro, il corpo piegato un pò, la gonna sollevata
[Jacopo Dionis] (senti ancora dei rumori... stavolta più lievi... cosa ti sembrano...)
[Manuela Lilitha] i collant scesi
[Manuela Lilitha] strappati
[Manuela Lilitha] non riesco a voltarmi
[Jacopo Dionis] (ancora rumori... )
[Manuela Lilitha] sento, i rumori si confondono col mio respiro, ricomincio a sentirlo
[Jacopo Dionis] (sembra il suono di una zip...)
[Manuela Lilitha] arriva una macchina, i fari mi scuotono, ti copri il viso col braccio, la luce è accecante
[Manuela Lilitha] si ferma, vede l'uomo per terra
[Manuela Lilitha] blateri loro qualcosa
[Manuela Lilitha] ripartono
[Manuela Lilitha] io sono sparita.

[Jacopo Dionis] ...
* Jacopo Dionis rientro a casa... l'uomo l'hanno portato via quei poliziotti...
[Manuela Lilitha] non riesco ad essere afferrata, fermata, piegata, liberata.
[Jacopo Dionis] (sono passate diverse sere da "quella sera", ogni tanto mi ricapita di riguardare da quella finestra...)
[Manuela Lilitha] ho approfittato di un bisbiglio luminoso per nascondermi, fuggire, mentre lacrimo
[Manuela Lilitha] ti chiedi se sono diventata una puttana
[Manuela Lilitha] non ho tentato di lavorare in nessuna azienda in città
[Manuela Lilitha] sapevo che avresti impedito a chiunque di assumermi
[Jacopo Dionis] (dentro di te non credo... so quanto tenevi a una certa parte di te... non l'avresti mai data con a nessuno...)
[Jacopo Dionis] (così come sapevo che non saresti andata lontano... non avresti mai lasciato questa città...)
[Manuela Lilitha] ogni volta che hai creduto di sapere le mie corde, le mie corde si sono attorcigliate
[Manuela Lilitha] hanno vibrato in altra melodia
[Manuela Lilitha] sai quanto ami il mondo
[Manuela Lilitha] sai che potrei vivere ovunque ci sia un temporale, un mare, un bosco
[Manuela Lilitha] sono tornata sotto casa tua a lasciarti un bacio
[Manuela Lilitha] l'impronta delle mie labbra
[Manuela Lilitha] sulla tua prima lettera di richiamo.

* Jacopo Dionis sento suonare al campanello...

Session Close: Mon Feb 05 01:24:38 2007

Guardavo il tuo nome, ossimoro e contraddizione vivente.
Dea femminile per eccellenza. Demone degli Osceni. Dio è con noi.
Chi sei veramente?

by Jacopo Paoletti

fonte foto da DeviantArt - suggerita da nome rimosso su richiesta dell'utente

giovedì 17 dicembre 2009

Essenza.


Essenza.
Come puoi toccare qualcuno, senza averlo mai sfiorato.
Come puoi conoscerlo da anni, senza averlo mai conosciuto.
Ad Agata. ("Essenza di te" - Tati Singer)

Chiunque tu sia, ascolta.

Provarci almeno; prima di consumare istanti, istinti e vita; pagina dopo pagine, senza capirne mai il senso, di ciascuna. Senza mai sentire, capire.

Non leggeranno. Lo sappiamo piccola, e io lo so. Alle persone alla fine non importa.

Io cammino per le strade, e li guardo. Sono nelle loro case. Dietro i loro vetri delle loro auto; che vanno, corrono, verso dove, verso cosa, per sparire poi, sempre dietro quelle loro finestre. La notte e il giorno. La pioggia e il sole. Tutto questo ogni giorno, da sempre.

Cambiano le forme come le cose; che non cambiano. Il mondo si disinteressa ai vivi e piange solo i morti. E forse neanche tutti.

Non c'è posto per noi piccola, non c'è luogo. Spazio e tempo diventano, ma non sono.
Mi chiedo ancora che senso abbia stare qui, a dire e a scrivere.

Lo so che lo chiamerai vittimismo questo, che non conta. Che non cambia. Io ti conosco. E forse è vero, hai ragione tu. Perchè sarà altra aria fritta, ora su uno schermo, come sulla carta. Ma credimi, ero stanco di averla solo nella mia testa e sentirla parlare.
Com'è soffocare senza mai morire. Anche l'agonia ha diritto a trasalire, alla morte. Senza rumore. Soffocare i battiti nei respiri. Perché sola. Perché sono.

Non mi sento. Non mi sento unico piccola. Non mi sono mai sentito migliore. Quasi impossibile essere speciali. E' che sono solo. E solo questo, è solo questo. E ho voglia di gridare, senza fiatarlo. Senza dirlo. Perchè non ti sento più. Non so chi sei. Dove sei.

E dove, ora.
Poi.
Domani, noi.

Brucia tutto piccola, brucio tutto. E' cenere e sabbia forse buona per lavarsi le nostre anime intrise e sporche.

Si perde nelle mani, essenza di polvere, per essere così pensieri e perdersi. Sparire. Per non essere mai stato, accaduto. Esistito essente.

Sai, diventa tutto sempre più leggero. Pesante come il sonno che non puoi combattere. Non puoi vincerlo. Vuoto, è già niente.

No piccola, non voglio più lottare. Battermi per battere è il nonsense.

Tutto e tanto si anestetizza, si addormenta. Ma è lento inesorabile, come le gocce che scavano, profonde e nere, le grotte. E è il buio. Incessante e determinato, consuma.
Com'è il fuoco che spegne, smette di ardere, mentre il gelo lo abbraccia, quasi dolce, e gli chiude la bocca con la sua bocca; è quello il soffio, mentre l'ultima brace non ha più calore appena soffocato.

Domani è solo, e solo dimenticato. Una volta sparito, è nulla.

Ecco, questo siamo noi.

Siamo davvero così banali, sognanti di essere. Solamente inutili, come gli stessi sogni. Soltanto soli inesistenti, dietro i soliti vetri, come riflessi dell'essere nell'ora dell'illusione, in questo nostro inedito esistere.

Ho sonno piccola. Ho sonno. Ti lascio dormire, stavolta.

by Jacopo Paoletti.

venerdì 11 dicembre 2009

Lo Specchio.


Ayreon - The Human Equation
"By now you realise you have to be relentless to survive
Repress your memories, bury your emotions and thrive!
It’s your life!"
da Day 12 - Trauma

Lo Specchio.

"Ciascuno, a modo suo, trova ciò che deve amare, e lo ama, la finestra diventa uno specchio; qualunque sia la cosa che amiamo, è quello che noi siamo." (David Leavitt)

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Io e Lo Specchio.

Il riflesso delle mie parole.
Sono le mie parole riflesse.
Le hai scritte tu, per noi ed esistere.
Elsheba. Sei il sette.
Falso. Distorto come Io ti vedo.
Ovunque tu sia, sei. Sognami.

Essere mio. Rifletto.
Sul tuo, mio sogno.
Esistere tuo. Rifletti.
Di me, in te. Di te, in me.

nome rimosso su richiesta dell'utente dentro Lo Specchio.
Ieri o una volta nome rimosso su richiesta dell'utente.
O forse, con il tuo nome.
Perfezione. E' il tuo Dio.
Vero. Reale come Io ti conosco.
Chiunque tu sia, sei. Guardami.

by Jacopo Paoletti.

"Un romanzo è uno specchio che passa per una via maestra e ora riflette al vostro occhio l'azzurro dei cieli ora il fango dei pantani. E l'uomo che porta lo specchio nella sua gerla sarà da voi accusato di essere immorale! Lo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada in cui è il pantano, e più ancora l'ispettore stradale che lascia ristagnar l'acqua e il formarsi di pozze." (Stendhal)

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Lei e Lo Specchio.

"Lei aveva il sorriso dei falsi. Lei si prendeva gioco di me ogni volta che, sorridendo ingenuamente, mi apriva la porta di casa, inclinando la testa come fanno i cuccioli di cane. Mi invitava ad entrare con un cenno della mano, facendomi apprezzare le sue poco curate unghie smaltate. La sua casa sapeva di tabacco d’importazione e di spray per ambienti, che mi sniffavo di nascosto quando lei andava a rifarsi il trucco in bagno. Alle pareti c'erano i suoi bambini, fotomontaggi di quello che vorrebbe essere, di quello che è stata e della conseguenza di questi due fattori, messi assieme. Non era una persona comune, il suo ambiente era un parto di se stessa, come se le avessero costruito la casa attorno, come se i mattoni che la compongono fossero vomito rappreso della sua indole. Lei non sa prepararmi la cena, lei aspetta che la aiuti io, che le indichi quali oggetti usare per preparare un risotto, i tempi di cottura, il metodo di preparazione. Lei è una bambina, cresciuta male, dentro le bottiglie di vetro. Ha la schiena curva, ingobbita, timida. Le parole le escono a scatti, sorride, cerca di superare l’imbarazzo. La osservo mentre continua a prendere in mano sempre lo stesso piatto, o mentre prepara la tavola per colmare i vuoti. Lei mi ama nei modi difficili, lei non sa come dirmelo. Lei sa come tenermi la mano e fare l’amore con le dita. Lei mi dice che per farmi capire le cose deve sempre lanciarsi dal burrone, cieca, e sperare che la raccolga. Lei riesce a piangere quando io non ci riesco; la guardo mentre si strofina il fazzoletto sul naso e fissa il muro pallido, facendomi capire troppe cose. Queste quattro vecchie pareti sono il suo tentativo. La sua chance. Quella che potrà offrirsi solo lei. Lei sta costruendo faticosamente la sua piccola vita. Quella che non ricorderà mai nessuno, quella inviolabile porzione di cielo rubata a quelli che lei considera angeli. La piccola formichina che si costruisce la tana per l’inverno della vita, lontana dalla morte dei mondi. Lei e le piccole vite. I piccoli ricordi, i piccoli trionfi. Le piccole vite destinate alla morte della memoria. Come mai esistite. Lei mi tiene tra le gambe e mi chiama per nome. Lei mi raccoglie e mi porta con sé. Si fa viva alla mia porta, la sua testa arruffata fa capolino nell’ombra. Anche lei è morta. In tanti modi diversi. Nessuno sarà il suo braccio, se non io. Malinconici, divertenti, cupi e maldestri. Questi siamo noi. E vivremo in eterno."

by nome rimosso su richiesta dell'utente dentro Lo Specchio.
da Skype, 11 dicembre 2009.

"Sono certo che guardandomi allo specchio non vedrei nulla. La gente dice sempre che sono uno specchio, e se uno specchio si guarda allo specchio che cosa può trovarci?" (Andy Warhol)

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Cosa c'è, dall'altra parte?

giovedì 3 dicembre 2009

Morte di un poeta.

L'uomo nero.

Amico mio, amico mio,
Sono molto molto malato.
Io stesso non so da dove mi venga questo male.
Se sia il vento che sibila
Sul campo vuoto e deserto,
forse, come a settembre al boschetto,
È l’alcool che sgretola il cervello.

La mia testa sventola le orecchie,
Come fa un uccello con le ali.
La mia testa non è più capace
Di ciondolarsi sul collo.
Un uomo nero,
Nero, nero,
Un uomo nero
Si siede sul mio letto,
Un uomo nero
Non mi lascia dormire per tutta la notte.

L’uomo nero
Scorre il dito su un libro schifoso
E, con canto nasale sopra di me,
Come un monaco su un morto,
Mi legge la vita
Di un certo mascalzone e furfante,
Cacciando nell’anima angoscia e paura.
L’uomo nero
Nero, nero...

«Ascolta, ascolta, -
Mi farfuglia, -
Nel libro ci sono molti bellissimi
Pensieri e progetti.
Quest’uomo
Viveva nel paese
Dei più repellenti
Teppisti e ciarlatani.

In dicembre in quel paese
La neve è pura fino al demonio,
E le bufere mettono in moto
i più allegri filatoi.
Quell’uomo era un avventuriero,
Ma della marca migliore
La più alta.

Egli era elegante,
E per giunta poeta,
Anche se piccola,
Afferrava la sua forza,
E una certa donna,
Che aveva quarant’anni e passa,
Lui la chiamava bambina cattiva
E la sua amata».

«La felicità – diceva,–
È destrezza di mente e mani.
Tutte le anime maldestre
Sono note per la loro infelicità.
Non importa,
Se molti tormenti
Sono frutto di gesti
Tortuosi e menzogneri.

Nelle tempeste, nei temporali,
Nella gelida vita,
Nelle perdite gravi
E quando sei triste,
Apparire sorridente e semplice –
È l’arte più sublime del mondo».

«Uomo nero!
Non osare questo!
Tu non sei in servizio
Come un palombaro.
Che m’importa della vita
Di un poeta scandaloso.
Per favore, a qualcun altro
Leggi e racconta».

L’uomo nero
Mi guarda fisso.
E gli occhi si tingono
Di un vomito azzurro,
Quasi volesse dirmi,
Che io sono delinquente e ladro,
Che in modo svergognato e impudente
Ha derubato qualcuno.

……………………………

Amico mio, amico mio
Sono molto molto malato.
Io stesso, non so da dove mi venga questo male.
Forse è il vento che sibila
Sul campo vuoto e deserto,
Forse, come a settembre al boschetto,
È l’alcool che sgretola il cervello.

Notte di gelo...
La pace al bivio è silenziosa
Sto solo alla finestra,
Non aspetto né amico né ospite
Tutta la pianura è ricoperta
Di una calce friabile e molle,
E gli alberi, come cavalieri,
Sono a raduno nel nostro giardino.

Da qualche parte piange
Un uccello notturno malefico.
I cavalieri di legno
Seminano un rumore di zoccoli.
Ecco di nuovo questa cosa nera
Che siede sulla mia poltrona,
Solleva un po’ il suo cilindro
E incurante butta all’indietro le falde del pastrano.

«Ascolta, ascolta! –
Mi fa con voce sgradevole, guardandomi in faccia,
Ancora più vicino
Ancora più vicino mi si inchina. –
Non avevo mai visto che qualche
Delinquente
In modo così inutile e sciocco
Soffrire d’insonnia.

Ah, forse mi sono sbagliato!
Perché adesso c’è la luna.
Di che cosa ancora ha bisogno
Questo piccolo mondo mezzo addormentato?
Forse, con le sue grosse cosce
“Lei” verrà di nascosto,
E tu le leggerai
La tua fiacca lirica ormai sfiatata?

Ah, io amo i poeti!
Gente divertente.
In loro trovo sempre
Una storia famigliare al cuore,
Come quella di una studentessa piena di brufoli
E di un mostro dai lunghi capelli
Che le parla dei cosmi,
Tutto bramoso di desiderio sessuale.

Non so, non ricordo,
In un villaggio,
Forse, in quel di Kaluga,
O forse, in quel di Rjazan’,
Viveva un ragazzo
In una semplice famiglia contadina,
Con i capelli gialli,
Con gli occhi azzurri…

Ed ecco che divenne adulto,
E per giunta poeta,
Anche se piccola
Afferrava la sua forza,
E una certa donna,
Che aveva quarant’anni e passa
Lui la chiamava bambina cattiva,
E la sua amata».

«Uomo nero!
Tu sei un pessimo ospite.
Questa fama di te
Da molto tempo corre in giro».
Sono furibondo, fuori di me,
E vola il mio bastone
Giusto addirittura contro il suo muso,
alla radice del naso…

……………………………

… La luna è morta,
Azzurreggia alla finestra l’alba.
Ah tu, notte!
Che m’hai combinato, notte?
Me ne sto in piedi qui col mio cilindro.
Non c’è nessuno con me.
Sono solo…
Con uno specchio in frantumi…

by Sergej Aleksandrovič Esenin